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Prima guerra punica
La prima guerra punica (264 - 241 a.C.) fu la prima di tre guerre combattute tra l'Antica Cartagine e la Repubblica romana. Per 20 anni, le due potenze si scontrarono per acquisire la supremazia nel Mar Mediterraneo occidentale, principalmente combattendo in Sicilia e nelle acque circostanti, ma anche in maniera minore nella penisola italiana e in Nordafrica. Cartagine era situata in quella che è l'odierna Tunisia ed era la potenza dominante del Mediterraneo occidentale all'inizio del conflitto. La Repubblica romana risultò vincitrice al termine della guerra e impose a Cartagine pesanti sanzioni economiche.[1] La serie di guerre tra Roma e Cartagine furono chiamate dai romani "guerre puniche", dal nome in latino con il quale venivano chiamati i cartaginesi: Punici, derivato da Phoenici, in riferimento alle origini fenicie del popolo.[2]
[modifica] Contesto storico[modifica] La situazione precedente al conflitto[modifica] RomaNel 280 a.C. Roma era in una condizione di vittoriosa espansione. Dopo secoli di conflitti e ribellioni l'intera penisola italiana a sud dell'Appennino Tosco-emiliano era strettamente controllata dalle forze romane; tutti i nemici prossimi come gli Etruschi, i Sabini, i Volsci erano stati sconfitti. I Marsi, gli Apuli, i Vestini erano federati o alleati. I Galli Senoni erano stati fermati al Piceno (attuali Marche). Roma aveva stretto accordi di alleanza o di non-interferenza con varie popolazioni italiche e colonie greche dell'Adriatico come Ancona (aiutata contro i Galli). Operazioni di consolidamento si stavano effettuando soprattutto nei territori del sud appena entrati nell'orbita della Repubblica. Roma era abituata al successo e riponeva un'enorme fiducia nel suo sistema politico e nel suo esercito. Per contro non possedeva, in pratica, una vera Marina e per i commerci si affidava soprattutto agli Etruschi e ai Greci. Le guerre sannitiche avevano portato Roma a cercare di accerchiare il Sannio con l'alleanza degli Apuli (in Puglia) e una politica di controllo dei territori a stretto contatto con le colonie greche del Mar Ionio fra cui Tarentum. I tarantini, in lotta con Thurii che aveva chiesto aiuto a Roma, dal momento che la loro fragile coalizione con Sanniti, Bruzi e Lucani non riusciva ad aver ragione delle forze romane, si risolsero a chiedere aiuto a Pirro, re dell'Epiro. [modifica] PirroPirro aveva perso il trono nel 302 a.C. ed era stato mandato quale ostaggio alla corte egiziana di Tolomeo I Sotere. Questi nel 297 a.C. lo aiutò a rientrare nel suo regno. Nel 295 a.C. sposò la figlia di Agatocle di Siracusa. Chiamato dalla città greca di Taranto contro Roma che aveva rotto un trattato, giunse in Italia nel 280 a.C. con un esercito di 25.000 uomini e 20 elefanti da guerra. Dopo aver vinto la battaglia di Heraclea e quella di Ascoli Satriano, giunse in Sicilia per aiutare le colonie greche a combattere contro i cartaginesi, ma i suoi stessi alleati lo tradirono, poiché vedevano in lui un futuro dominatore. Tornato in Italia, nel 275 a.C. venne sconfitto dai Romani a Malevento Maleventum, chiamato in seguito Beneventum, grazie al buon esito della guerra, e si ritirò in Grecia dove morì. Nel 272 a.C. Roma ottenne Taranto, quindi completò l'occupazione della Calabria, ed in seguito anche della Puglia. [modifica] SiracusaQuesta città era all'epoca governata da Gerone II che, eletto stratega nel 275 a.C. per i suoi successi contro i cartaginesi, nel 265 a.C. venne proclamato re dopo vittoriose azioni contro i Mamertini di Messina. La guerra contro questi mercenari, alleati di Roma, lo spinse a un'innaturale e temporanea alleanza con Cartagine. [modifica] L'accordo del 278 a.C.La potenza navale di Cartagine si vide nel 278 a.C. Attenta a non far dimenticare i suoi interessi sulle coste italiche e preoccupata di un possibile allargamento del regno di Pirro, greco e "imparentato" con Siracusa, Cartagine inviò una flotta di 120 navi, comandata da Magone che si ancorò nel porto di Ostia per forzare i romani, impegnati nella guerra con Pirro e che pensavano alla pace, a continuare le ostilità. Cartagine così ottenne di avere mani più libere contro Siracusa e la stipulazione di un trattato (il quarto con Roma) nel quale le due potenze implicitamente spartivano le zone di influenza. Il patto, oltre a promesse di aiuto economico e militare di Cartagine contro i greci, garantiva a Roma che i punici non si accordassero con Pirro (c'erano voci di accordi in proposito) mentre Roma era impegnata in combattimenti con Sanniti, Lucani e Bruzi. La zona di influenza di Roma veniva fissata nell'Italia peninsulare. Proprio Pirro, nel 278 a.C., sbarcò con 8.000 uomini a Catania e Taormina, allontanò i cartaginesi da Siracusa e conquistò praticamente tutta la Sicilia riducendo i punici al possesso del solo Capo Lilibeo. Due anni dopo dovette però rientrare in Italia e Cartagine ritornò sulle posizioni precedenti. [modifica] Casus belliNel 288 a.C. i mamertini, un gruppo di mercenari italici della Campania originariamente al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa, rimasti senza un signore alla morte di quest'ultimo avvenuta l'anno prima, occuparono la città di Messana (la moderna Messina) uccidendo tutti gli uomini e prendendone le donne.[3] Nel 280 a.C., la vittoria di Pirro sui romani nella battaglia di Eraclea portò le popolazioni italiche a ritenere possibile la sconfitta di Roma e in alcuni casi a ribellarsi. La guarnigione romana di Rhegium (la attuale Reggio Calabria) costituita da soldati campani, pensò di prevenire una sollevazione della popolazione e fece strage degli uomini, impossessandosi anche in questo caso dei beni e delle donne. Sconfitto Pirro nella battaglia di Maleventum del 275 a.C., i romani nel 270 a.C. decisero di riprendere Rhegium. Il console Gneo Cornelio Blasione pose l'assedio alla città, aiutato dalla flotta siracusana, e quando la guarnigione si arrese dopo una strenua difesa, deportò a Roma i sopravvissuti tra i 4000 che avevano dieci anni prima preso la città. Il senato chiese una punizione esemplare per quei soldati che si erano macchiati di crimini contro la popolazione e i superstiti furono condannati come scellerati. Vennero perciò tutti fustigati e decapitati.[4] In Sicilia invece i mamertini saccheggiavano il territorio circostante Messana e si scontrarono con la città indipendente di Siracusa. Gerone II di Siracusa divenuto tiranno di Siracusa dal 270 a.C. e lo stesso anno si scontrò con i mamertini vicino Mylae, l'odierna Milazzo, sconfiggendoli nella battaglia presso il fiume che lo storico Polibio nelle sue Storie chiama Longanus[5][6] nei "Campi Milesi". Alla sconfitta seguì la presa di Milazzo. I mamertini dopo il rovescio subito si rivolsero a Roma e Cartagine per ottenere assistenza militare. La prima a rispondere alla richiesta fu Cartagine che contattò l'alleato Gerone per ottenere la cessazione di ulteriori azioni e nello stesso convinse i mamertini ad accettare una guarnigione cartaginese a Messana. Forse perché non contenti della prospettiva di dover accogliere truppe cartaginesi in città, o forse convinti che la recente alleanza tra Roma e Cartagine contro Pirro confermava l'esistenza di relazioni cordiali tra le due potenze, i mamertini chiesero di allearsi anche con Roma, sperando di avere una protezione più affidabile. Ma la rivalità tra Roma e Cartagine era aumentata rispetto ai tempi della guerra con Pirro e, secondo lo storico Warmington, un'alleanza con entrambe le potenze in contemporanea non era possibile.[7] Secondo lo storico Polibio, vi fu un vasto dibattito a Roma per decidere se accettare la richiesta dei mamertini e entrare in questo modo probabilmente in guerra con Cartagine. Se da un lato alcuni non ritenevano di andare in aiuto di soldati che ingiustamente avevano rubato una città ai legittimi proprietari, cosa recentemente punita nel caso di Rhegium, d'altra parte molti non erano disposti a vedere espandersi ulteriormente il potere cartaginese in Sicilia. Lasciando i cartaginesi indisturbati a Messana, avrebbero dato a questi la possibilità di un successivo confronto con Siracusa, sconfitta la quale la conquista della Sicilia sarebbe stata completa.[8] Il senato arrivò ad uno stallo e la questione venne rimessa alla assemblea popolare, dove fu deciso di accettare la richiesta dei mamertini. Venne messo il console Appio Claudio Caudice a capo di una spedizione militare con l'ordine di attraversare lo stretto di Messina.[9][10][11] [modifica] Guerra[modifica] Prima fase: guerra sulla terra
La prima fase della prima guerra punica
1. Arrivo dei romani e avanzata contro i siracusani a Messana (264 a.C.) 2. I romani sconfiggono l'esercito congiunto siracusane e cartaginese e avanzano verso Siracusa 3. I romani proteggono il fianco dell'avanzata conquistando Adranon e assediando Centuripae che si arrende 4. Catania si arrende 5. I romani mettono sotto assedio Siracusa. Gerone II chiede la pace e diventa alleato di Roma 6. I romani conquistano Agrigento (262 a.C.) 7. Enna e Halaesa si arrendono a Roma La guerra terrestre, un tipo di guerra che Roma conosceva bene, giocò un ruolo secondario nella prima guerra punica. Le operazioni rimasero confinate ad alcune scaramucce fra le forze in campo, con solo qualche vera battaglia. In genere si assistette ad assedi e blocchi di comunicazioni che furono le sole operazioni degli eserciti. Lo sforzo maggiore fu posto nei tentativi di chiudere i porti principali in quanto i due contendenti erano entrambi nella condizione di dover rifornire le truppe di viveri, materiali ed effettivi, non avendo nessuna delle due città vere e proprie basi militari in Sicilia. Ciononostante almeno due battaglie di larga scala furono combattute durante questa guerra. Nel 262 a.C. Roma assediò Agrigento in un'operazione che coinvolse entrambi gli eserciti consolari per un totale di quattro legioni (circa 20.000 legionari e 2.000 cavalieri) e che tenne campo per molti mesi. La guarnigione cartaginese di Agrigento riuscì a chiedere rinforzi che giunsero, guidati da Annone. I romani passarono quindi da assedianti ad assediati e, perso il supporto di Siracusa, dovettero costruire un vallo per propria difesa dalle sopraggiungenti forze cartaginesi. Dopo alcune schermaglie si venne a una vera battaglia, la battaglia di Agrigento, che fu vinta dai romani, le cui legioni erano più disciplinate ed efficienti delle armate cartaginesi, composte invece da mercenari. Immenso fu il bottino e il saccheggio del campo che durò buona parte della notte. Se Annibale Giscone, comandante delle truppe ad Agrigento, avesse disposto di forze sufficienti forse avrebbe potuto infliggere gravi perdite ai romani intenti al bottino ma i superstiti dopo sette mesi di assedio erano così sfiniti e sfiduciati che preferirono la fuga. Durante la notte, senza esser visti dai romani, uscirono dalla città e raggiunsero la flotta. La seconda operazione terrestre su grande scala fu quella di Marco Atilio Regolo. Fra il 256 a.C. e il 255 a.C. Roma tentò di portare la guerra in Africa invadendo le colonie cartaginesi. Fu costruita una grande flotta sia per il trasporto delle truppe e dei rifornimenti sia per la protezione dei convogli. Cartagine cercò di fermare questa operazione ma venne sconfitta nella Battaglia di Capo Ecnomo sita in Licata. Le legioni di Atilio Regolo sbarcarono in Africa senza grosse difficoltà e iniziarono a saccheggiare il territorio per costringere l'esercito cartaginese ad entrare in azione. Questa campagna ebbe risultati contrastanti. All'inizio Regolo vinse l'esercito cartaginese nella battaglia di Adys forzando Cartagine a chiedere la pace. Furono però presentate condizioni tanto pesanti che i negoziati fallirono e Cartagine, assunto il mercenario spartano Santippo per riorganizzare le proprie forze, riuscì a fermare l'avanzata romana. Santippo sconfisse Regolo nella battaglia di Tunisi e lo catturò. L'invasione romana dell'Africa ebbe fine con la vittoria cartaginese. Verso la fine della guerra, nel 249 a.C. Cartagine inviò in Sicilia il generale Amilcare (il padre di Annibale). Amilcare riuscì a porre sotto il suo controllo la maggior parte dell'interno dell'isola e Roma dovette risolversi ad affidarsi a un dittatore per risolvere il problema. Le forze terrestri di Amilcare non furono mai sconfitte. D'altra parte la guerra doveva chiaramente essere decisa sul mare. E sul mare avvenne lo scontro decisivo. La battaglia delle Isole Egadi del 241 a.C. vinta dalla flotta romana, segnò la fine della prima guerra punica, dimostrando, per questo caso, la scarsa importanza delle battaglie terrestri. [modifica] Seconda fase: guerra per mare
A causa delle difficoltà di operare in Sicilia, la maggior parte della prima guerra punica, comprese le battaglie più decisive, fu combattuta in mare, uno spazio ben noto alle flotte cartaginesi che da secoli lo percorrevano vincenti. In più, la guerra navale permetteva il blocco dei porti nemici con il conseguente possibile o mancato rinforzo per le truppe a terra. Entrambi i contendenti dovettero investire pesantemente nell'allestimento delle flotte e questo diede fondo alle finanze pubbliche sia di Roma che di Cartagine. Probabilmente segnò il corso della guerra. All'inizio della prima guerra punica, Roma non aveva nessuna esperienza di guerra navale. Le sue legioni erano vittoriose da secoli nelle terre italiche ma non esisteva una Marina, tanto meno una Marina militare. Nondimeno il Senato comprese immediatamente l'importanza del controllo del Mediterraneo centrale nel prosieguo del conflitto. La prima grande flotta fu costruita dopo la battaglia di Agrigentum del 261 a.C. che fu vinta ma che mise in evidenza l'importanza del controllo delle linee di comunicazione nemiche. Roma mancava della tecnologia navale e quindi dovette costruire una flotta basandosi sulle triremi e quinqueremi cartaginesi catturate. Per compensare la mancanza di esperienza in battaglie fra navi, Roma sviluppò una tecnica di combattimento che permetteva di sfruttare la conoscenza delle tattiche di combattimento terrestri in cui era maestra. Le navi romane furono equipaggiate con uno speciale congegno d'abbordaggio: il corvo. Questo congegno agganciava le navi nemiche e permetteva alla fanteria di combattere quasi come sulla terraferma. L'efficienza di quest'arma fu provata per la prima volta nella battaglia di Milazzo, la prima vittoria navale romana; e continuò ad essere provata negli anni successivi, specialmente nella dura Battaglia di Capo Ecnomo. L'aggiunta del corvo forzò Cartagine a rivedere le sue tattiche militari e, poiché ebbe serie difficoltà in questo senso, Roma pervenne ad un vantaggio anche in campo navale. In seguito, con la crescita dell'esperienza romana nella guerra navale, il corvo fu abbandonato a causa del suo impatto sulla navigabilità dei vascelli da guerra. Nonostante le vittorie romane sul mare, la Repubblica fu il belligerante che ebbe maggiori perdite, sia in vascelli che in equipaggi, in larga parte a causa di tempeste. In almeno tre occasioni (255 a.C., 253 a.C. e 249 a.C.) intere flotte furono distrutte dal maltempo. Il peso dei corvi sulle prue delle navi fu il maggior responsabile dei disastri. Verso la fine della guerra Cartagine comandava sul mare in quanto Roma non pensava di poter finanziare la costruzione di un'altra costosissima flotta. Ma un'altra flotta fu varata, attingendo a donazioni di cittadini facoltosi. La prima guerra punica fu decisa nella battaglia delle Isole Egadi (10 marzo 241 a.C.) vinta dalla flotta romana sotto la guida del console Gaio Lutazio Catulo. Cartagine, persa la maggior parte delle navi, fu economicamente incapace di varare un'altra flotta o di trovare nuovi equipaggi. Senza navi che gli consentisse i collegamenti con la madrepatria, Amilcare, in Sicilia, fu costretto ad arrendersi. [modifica] Conseguenze[modifica] Le reazioni immediateRoma vinse la prima guerra punica dopo 23 anni di combattimenti e alla fine sostituì Cartagine come maggiore potenza del Mediterraneo. Nel dopoguerra entrambi i contendenti erano finanziariamente e demograficamente esausti. La vittoria di Roma fu per lo più dovuta alla sua persistenza nel non ammettere la sconfitta e nel non accontentarsi di nulla di meno di una vittoria totale. Inoltre, la capacità della Repubblica di attrarre investimenti privati nello sforzo bellico, incanalando il patriottismo dei cittadini per trovare navi e uomini, fu uno dei fattori decisivi, specialmente se a paragone con l'apparente mancanza di volontà della nobiltà cartaginese di rischiare le proprie fortune per il bene comune. [modifica] PerditeÈ quasi impossibile determinare le perdite per i due contendenti. Le fonti storiche normalmente tendono ad aumentare il valore di Roma. Comunque, (escludendo la guerra terrestre), si consideri che:
Se ne trae la conclusione che le perdite di uomini furono pesanti per entrambe le parti. Lo storico Polibio commenta che la prima guerra punica fu per l'epoca la più distruttiva in termini di vite umane nella storia bellica, comprese le campagne di Alessandro Magno, e questo può dare un'idea delle dimensioni. Guardando ai dati del censimento romano del III secolo, A. Galsworthy notava come durante il conflitto Roma avesse perso circa 50.000 cittadini. E questo escludendo le truppe ausiliarie e ogni altro partecipante al conflitto che non avesse avuto il rango di civis romanus; queste perdite non erano determinabili. [modifica] Condizioni di paceLe condizioni poste da Roma furono particolarmente pesanti per Cartagine che dovette accettarle, non essendo in posizione da poter trattare. Queste imponevano che Cartagine dovesse:
Altre clausole determinavano che gli alleati di entrambe le parti non sarebbero stati attaccati dagli altri, nessun attacco poteva essere effettuato dalle due parti verso gli alleati degli altri e fu proibito a entrambi di raccogliere truppe nel territorio della parte avversa. Questo impediva ai cartaginesi, che facevano largo uso di mercenari, soprattutto libici, di accedere alle forze mercenarie inquadrate fra le legioni e quindi alla tecnologia e alla superiore tecnica militare romana. [modifica] L'impatto sulla storiaNel dopoguerra Cartagine non aveva virtualmente fondi e non fu in grado nemmeno di pagare le truppe mercenarie smobilitate. Questo portò ad un conflitto interno, la rivolta dei mercenari, vinta dopo durissimi combattimenti da Amilcare Barca. Forse il risultato politico più immediato della prima guerra punica fu la caduta di Cartagine come principale forza navale. Le condizioni poste a Cartagine ne compromisero la situazione economica e impedirono la rinascita della città. Le indennità richieste da Roma causarono un aggravio ulteriore per le finanze dello Stato e forzarono i cartaginesi verso la ricerca di altre aree economiche per trovare i fondi da versare a Roma. Tutto ciò causò l'aggressione dell'interno dell'Iberia e lo sfruttamento intensivo delle sue miniere d'argento. E alla fine portò alla seconda guerra punica. Per Roma, la fine della prima guerra punica segnò l'inizio dell'espansione fuori della penisola italiana. La Sicilia, tranne Siracusa, anziché un alleato, divenne la prima provincia romana governata da un pretore. Qualche anno dopo nel 238 a.C. vennero aggiunte Sardegna e Corsica (sempre tolte agli ormai inermi cartaginesi approfittando della rivolta dei mercenari). [modifica] Cronologia
[modifica] Note
[modifica] Bibliografia
[modifica] Voci correlate[modifica] Condottieri
[modifica] Collegamenti esterni[modifica] Altri progetti
Fonte: Wikipedia. Data: 05/23/12, 7:48 pm |
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