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Urbanistica a Roma tra il 1870 e il 2000
Lo sviluppo urbanistico di Roma nel periodo 1870-2000 costituisce un fenomeno di crescita urbana unico in Italia.
[modifica] Demografia e piani regolatoriNei decenni dal 1870 al 2000
ma Roma incrementa i propri abitanti di 5 volte, passando da 512.000 a 2.800.000 nel 1981, anno in cui comincia il decremento che la porta, nel 2001, a poco più di 2.500.000 residenti. Questa voce descrive sinteticamente lo sviluppo urbanistico della città conseguente all'incremento demografico e alle scelte di sviluppo via via effettuate delle classi dirigenti della città capitale d'Italia. Come notava Franco Ferrarotti nel 2003[1],
E, poco più avanti:
È su questo sfondo e in questa cornice che può leggersi lo sviluppo urbanistico della città. [modifica] I Piani regolatori (PRG) e le leggi speciali per Roma
[modifica] Dalla capitale del Papa-re...Al momento della presa di Roma lo Stato sabaudo si trova a dover trasformare la capitale di uno Stato teocratico assolutista, la cui economia locale era basata sulla rendita fondiaria e sul paternalismo assistenziale, nella capitale di un moderno Stato liberale. La stratificazione sociale ed economica della città al momento dell'unità si può così sintetizzare:
Costituivano, questi ultimi, il generone: un ceto di grandi affittuari dei latifondi (che a loro volta subappaltavano), garante fin dal XVI secolo della liquidità delle classi dominanti e della tutela degli approvvigionamenti alimentari - quello che più si avvicinava per condizioni materiali alla borghesia europea, che gareggiava con la nobiltà se non in stile certo in lusso, ma - trattandosi di intermediari, piuttosto che di produttori, di ricchezza - completamente subordinato, sul piano politico e culturale, alle classi egemoni. Dal punto di vista della struttura economica, Roma era - come era sempre stata - assai più centro di consumo e di servizi che di produzione. Quasi completamente priva di industrie, produceva invece localmente artigianato di lusso e quel che oggi chiameremmo servizi. Dal punto di vista urbanistico, la Roma del 1870 era ancora quella ridisegnata da Sisto V, mentre la burocrazia e le istituzioni del nuovo regno d'Italia chiedevano spazi. L'eversione dell'asse ecclesiastico aveva già preparato il terreno, con le leggi del 1866 e del 1867. Per il trasferimento della capitale da Firenze a Roma si emanò un'apposita legge, il 3 febbraio 1871, che dava allo Stato ampie facoltà di esproprio, e poco dopo, con legge del 19 giugno 1873, si estese anche a Roma e provincia la legislazione sulla soppressione delle corporazioni religiose del 1866/67, che a Roma toccò 134 delle 221 case religiose esistenti (furono risparmiate quelle che si occupavano di assistenza, beneficenza, missioni) e consentì l'assegnazione al comune o ad enti pubblici, o la destinazione ad utilità pubblica, o la vendita, dei loro beni immobili. Entro il 1877 era stato liquidato l'80% del patrimonio degli enti soppressi. Le tenute agricole furono acquistate all'80% da "mercanti di campagna", ma passarono di mano anche vasti patrimoni edilizi. I principali proprietari di immobili in città restavano comunque gli Odescalchi, i Doria Pamphili e i Pallavicini. Li seguiva, però, il non nobile Augusto Silvestrelli, mercante di campagna. La scomunica di Pio IX, che accompagnava queste transazioni, non spaventò evidentemente nessuno. All'arrivo dei piemontesi, Roma era piena di conventi e di edifici destinati ad usi collettivi, se non pubblici, che furono utilizzati nella fase di primo insediamento dello Stato sabaudo: tra il 1871 e il 1875 ne furono espropriati una cinquantina.
inoltre furono subito scelte le sedi delle massime istituzioni:
[modifica] ... alla capitale umbertinaLa scommessa immobiliare di de Merode si sommò all'urgenza dello stato sabaudo di creare nuovi spazi direzionali da saldare a quelli tradizionali di Roma che erano localizzati nei rioni storici e lungo Via del Corso; la zona individuata - l'altura tra Porta Pia e il Quirinale, comprese la zona delle Terme di Diocleziano fino al Viminale e l'Esquilino fino alla via Labicana - era occupata da ville, orti e vigne, ed era poco urbanizzata; i proprietari delle ville cominciarono a lottizzare, altri investitori si misero ad acquistare terreni sulle orme del de Merode e lo Stato stesso, nella persona di Quintino Sella, grande dominus delle prima organizzazione di Roma capitale, scelse quella direttrice come spazio di espansione dell'edilizia pubblica (i nuovi ministeri allineati tra Porta Pia e il Quirinale lungo quella che sarebbe diventata Via XX Settembre), orientando la prima urbanizzazione postunitaria nella zona "alta" a nordest della città. [modifica] Lavori pubbliciPer quanto riguardava le opere pubbliche, le scelte dei primi due o tre decenni di Roma capitale furono completamente assoggettate alla volontà dell'Amministrazione centrale dello Stato, e alla sua immagine della capitale del nuovo stato unitario [5]. I costi altissimi dei lavori pubblici necessari alla modernizzazione e all'espansione di Roma furono coperti in parte dalle alienazioni dei beni ecclesiastici, e furono anche ridotti dal sistema delle convenzioni con i privati che avrebbero costruito sui terreni concordati attraverso una prima bozza di Piano regolatore, che fu discusso e approvato alla fine del 1873 dal Consiglio comunale, poco convinto, peraltro, che fosse necessario fare grandi programmi e piuttosto incline a lasciare spazio alle scelte dei privati. Haussmann, che faceva scuola di modernizzazione urbana in tutta Europa, fu interpellato anche da Crispi, grande decisore della riorganizzazione della nuova capitale. La soluzione demolitoria che il francese proponeva venne tuttavia applicata assai marginalmente, almeno fino al fascismo, sicché Roma poté conservare ad esempio, a differenza di Parigi e di Milano, la sua cinta muraria. In pratica, la città fu per una trentina d'anni un grande cantiere: l'arginatura del Tevere (che si protrasse per cinquant'anni) s'intrecciò con la costruzione della rete fognante e l'ampliamento del sistema idrico, e con la costruzione dei ministeri [modifica] Edilizia privataPer quanto riguardava l'edilizia privata, poi, i protagonisti furono i finanzieri - italiani ma anche francesi, belgi e tedeschi - che vedevano nella nuova capitale da costruire una grande occasione di investimento e di speculazione. Le prime convenzioni, già nel 1871, vennero stipulate con Monsignor de Merode per la zona attorno a Termini e il primo tratto di via Nazionale, e per l'Esquilino. Nei due anni successivi vennero firmate le convenzioni per il Celio, Castro Pretorio e la zona attorno a Santa Maria Maggiore. Le infrastrutture all'edilizia privata furono assicurate da convenzioni, con le quali i proprietari dei terreni ne cedevano una parte allo Stato, che provvedeva alle opere di urbanizzazione (strade e fognature soprattutto), ed autorizzava i privati a costruire "per pubblica utilità" - dichiarazione grazie alla quale le imprese potevano anche, se necessario, procedere direttamente ad espropri. [modifica] Nathan e il piano regolatore del 1909Ernesto Nathan assunse la carica di sindaco, che fino al 1893 non era eletto dal popolo ma designato dalla giunta, si ritrova sul tavolo il piano del 1907 eseguito da Bonfiglietti. In questo momento però preferisce affidare la redazione del nuovo piano ad una persona esterna alla città, che quindi non avesse interessi personali. Fu così chiamato Edmondo Sanjust di Teulada che seppe interpretare nel migliore dei modi le leggi per Roma capitale del 1904 e 1907 promulgate da Giolitti. Il piano fu presentato già nel 1908 e reso legge nel 1909. L'interesse principale di questo piano è la presentazione di 2 tipologie edilizie: -il fabbricato (non più alto di 24 metri), -il villino. Tipologia modificata nel 1920 in palazzina con decreto regio per far fronte al grande bisogno di abitazioni post-guerra. [modifica] Architetture umbertine
[modifica] La capitale del fascismoDurante il ventennio, il centro della città fu interessato da importanti lavori di riqualificazione. Il motivo era principalmente dettato da ragioni simboliche, atte a isolare i monumenti e farli - come disse Mussolini - "giganteggiare nella necessaria solitudine". La decisione riprendeva però una pratica ottocentesca già sperimentata a Parigi e in altre grandi città. Le opere snaturarono l’originaria trama architettonica di alcuni monumenti, da sempre legati al contesto urbano in quanto inseriti senza soluzione di continuità tra le viuzze dei quartieri popolari. Il caso più clamoroso fu la creazione di Via della Conciliazione che - sorta dopo l’abbattimento della “spina” dei borghi - permetteva la visione di San Pietro da lontano e annullava gli studi prospettici ideati da Gian Lorenzo Bernini. L’artista, infatti, aveva voluto che la grande piazza si aprisse improvvisamente tra gli angusti vicoli del centro. Per mitigare l’eccessiva larghezza della via, fu creata una doppia fila di obelischi soprannominati “lanternischi”. L’altro grande sventramento ebbe luogo a Piazza Venezia e intorno al Foro Romano, con l’eliminazione delle case fatiscenti che nascondevano la vista delle rovine e la creazione della scenografica Via dell’Impero (oggi Via dei Fori Imperiali), che unisce Piazza Venezia al Colosseo. [modifica] Il discorso di Mussolini al nuovo Governatore[modifica] Le demolizioni[modifica] Le borgateLe borgate di Roma possono essere divise in ufficiali e spontanee. Le prime furono frutto di una pianificazione urbanistica tesa a liberare il Centro Storico di tutte quelle attività artigianali che ne avevano costituito il fulcro, e a trasferirle in periferia, ben oltre quello che era, allora, il centro abitato. Ciò allo scopo di dare una nuova veste coreografica alla città, e di tracciare una netta linea di demarcazione tra la vita civile e quella rurale. Attuate a partire dal 1924 e realizzate fino al 1937 (con una piccola appendice nell’immediato dopoguerra), sono riconoscibili ancora oggi sebbene ormai inglobate nel tessuto urbano della Capitale.
Per quanto riguarda le borgate spontanee, esse furono costruite principalmente da lavoratori provenienti da fuori della Capitale che non avevano diritto alla residenza in città: solo quando, alla metà degli anni sessanta, tale diritto fu loro riconosciuto, fu possibile anche un censimento abbastanza preciso di tali insediamenti, sparsi in vari punti di Roma, spesso nelle vicinanze delle borgate ufficiali. Gli alloggi ricavati in tali borgate, essendo costruiti con materiali di risulta o di fortuna, senza servizi igienici e spesso a ridosso di fossati per garantire lo smaltimento dei rifiuti organici, presentavano giocoforza caratteristiche di estrema precarietà, scarsa igiene quando non addirittura inabitabilità. Una volta censite, si poté procedere al loro progressivo smantellamento - essendo praticamente impossibile realizzare qualsivoglia intervento che ne potesse garantire l’abitabilità e l’accatastamento - messo in atto dopo il cambio di colore politico della giunta comunale di Roma, passata nel 1976 da una maggioranza guidata dalla DC a una guidata dal PCI, che espresse Giulio Carlo Argan come sindaco. Gli abitanti delle borgate spontanee (spesso definiti, anche con intento spregiativo, baraccati) furono progressivamente trasferiti in alloggi di edilizia popolare a cura sia del Comune di Roma che dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari della provincia di Roma, e verso la seconda metà degli anni ottanta le borgate spontanee erano praticamente scomparse. Attualmente esistono, in maniera ridotta, sotto altre forme, a opera di lavoratori stranieri immigrati che vivono in condizioni di precarietà del lavoro quando non di clandestinità [modifica] L'E42[modifica] Architetture fasciste[modifica] La capitale democratica e cristianaForti gli intrecci, in questo periodo del capitale di oltretevere e l'urbanisitica in Roma, la Società Generale Immobiliare, di proprietà del vaticano, contribuì in maniera marcata allo sviluppo urbanistico di Roma tra gli anni '50 e i '60 numerosi quartieri vennero edificati: Balduina, Pigneto, Vigna Clara, numerose aree sulla Nomentana, Torrevecchia, ma in particolare vanno citati i quartieri cosiddetti "organici" di Casal Palocco e dell'Olgiata, in cui il rapporto tra abitazione e servizi al quartiere non possono essere scissi, l'intenzione dei progettisti dell'Immobiliare era di integrare le strutture sia ricreative che culturali con l'abitazione. Altri interventi urbanistici inerenti allo sviluppo urbanistico di Roma furono la costruzione di ville sull'Appia Antica e la costruzione dell'Hotel Cavalieri-Hilton, entrambi costruiti con varianti ai vari piani particolareggiati, cui il Consiglio Comunale, di maggioranza democristiana, autorizzò nonostante numerose proteste da parte dell'opinione pubblica. [modifica] Il completamento dei piani del fascismo[modifica] Borgate, borghetti, baracche - e le Olimpiadi[modifica] L'inizio del risanamento[modifica] Architetture del dopoguerra[modifica] La capitale del nuovo millennio[modifica] I personaggi dell'urbanistica romana[modifica] Note
[modifica] Bibliografia
[modifica] Voci correlate
[modifica] Collegamenti esterni[modifica] Informazioni
[modifica] Opinioni
Fonte: Wikipedia. Data: 05/24/12, 2:27 am |
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